Dal diario semiserio di uno smart worker


Make sense, Grounding, Visione sistemica, Qualità della presenza

30 Mar 2020

Una piccola parentesi di leggerezza per allietare ciò che accomuna tanti di noi in questo periodo: il lavoro da casa. Non un semplice smart working, ma vero e proprio home working. Sarà questo momento il preludio di una vera e propria rivoluzione delle modalità di approcciarsi al lavoro?

Una piccola parentesi di leggerezza per allietare ciò che accomuna tanti di noi in questo periodo: il lavoro da casa. Non un semplice smart working, ma vero e proprio home working. Sarà questo momento il preludio di una vera e propria rivoluzione delle modalità di approcciarsi al lavoro? Sarà il trionfo definitivo della digitalizzazione, anche nelle relazioni professionali inter persona? Sarà spunto per una riflessione globale sul valore attribuibile alla distanza come mezzo di ottimizzazione dei carichi di lavoro? Sarà un mezzo di ponderazione dei meccanismi fiduciali e di trasparenza fra collaboratori, colleghi e clienti?

Chissà. Per ora mi limiterò ad annotare le highlights delle mie giornate da smart worker. Poi vedremo.

Giorno 1. 
Faccio fatica a distinguere la sottile linea che intercorre fra l’ultimo morso al croissant e la prima videoconference. Nei miei ricordi i due momenti si accavallano ed intersecano, motivo per cui da oggi in poi assocerò inesorabilmente l’odore di burro alla voce del mio superiore. Infilo un cardigan presentabile evitando di mostrare le trame del mio pigiama alla platea digitale che mi attende su Skype. Attiva videocamera, pronti via. 

Giorno 2.
La pausa pranzo è un fantasma che si aggira sperduto in quello che prima era il mio ufficio. È rimasta lì. Con me ho portato solo l’abilità a sbucciare frutta digitando al contempo e-mail.

Giorno 3.
Come nei giardini di Marzo, i pensieri che frullavano nella mente di Battisti sono gli stessi adagiati nel mio retro cranio:

Che anno è, che giorno è?
Smart working, questo è il tempo di vivere con te.

Giorno 4.
Mi assento dalla stanza. Torno e trovo il gatto che riposa sul notebook. Arroganza felina. In ogni caso meno invadente del coinquilino che passa l’aspirapolvere durante la più importante video call della mia giornata.

Giorno 5.
Il sole brilla come mai è capitato nelle ultime stagioni. La mia finestra è un panorama sulle infinite possibilità offerte dalla vita: svago, musica, film, foto, cestino, Open office… aspetta un attimo. Cestino?! Open office?  Ok, è il caso di regolare la retroilluminazione del mio schermo e dare un’ordinata alle cartelle sul desktop.

Giorno 6.
La hit dell’estate 2020 è già nell’aria. Il suo ritmo incalzante darà tono e vigore alle nostre giornate affermandosi come tormentone indiscusso: “attiva microfono-disattiva microfono-riattiva microfono-disattiva microfono-metti in muto-togli il muto-condividi schermo”. 

Giorno 7
Il brulicare della vita dietro lo schermo delle persone collegate in call mi infonde un profondo senso di gioia e vivacità.

C’è un mondo oltre il lavoro, in effetti. Lo smart working “forzato” e continuato mi ha portato a riflettere su quanto sia di nostra premura imparare a dosare impegno professionale e vagheggiamenti personali.

Lo smart working sfuma gli ordinari confini fra persone, colleghi, collaboratori, clienti, impegni e tempo libero, fra universo personale e galassia professionale. È uno strumento potente ma, come afferma Spiderman, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

Per cui vivo questo momento storico come un affondo energico verso una presa di consapevolezza decisa e sincera del valore dato al mio lavoro, al mio impegno, ma allo stesso tempo ai miei spazi.

Nel frattempo il gatto continuerà a zampettare sulla tastiera (assicuro che non è stato lui a scrivere questo articolo); chissà se tutto ciò mi mancherà.

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