Ho sempre sognato di fare il meccanico


Attenzione al dettaglio, Make sense, Movimento anticipatorio, Grounding, Premium Attitude

13 Giu 2019

Le nostre attitudini determinano anche il nostro lavoro, l'impressione che gli altri hanno di noi, la bellezza e il valore dei nostri risultati. Lungo tutto il nostro percorso, gli idoli della nostra infanzia ci accompagnano, segnando le nostre scelte, costruendo le fondamenta per la persona che saremo in futuro.

Ho sempre sognato di fare il meccanico.
Già a tre anni, per la felicità di mia madre, distruggevo tutte le mie macchinine per vederne l’interno e capirne il meccanismo. A cinque ero in grado di smontare e rimontare un motore di piccole dimensioni, nella speranza che tutto procedesse come prima. A sette conoscevo perfettamente come funzionasse la doppietta della Fiat 500.
Mio nonno è stato il primo vero meccanico del nostro paesino negli anni Cinquanta e io lo consideravo il mio eroe personale, in tuta e chiave inglese. Dopo scuola lo seguivo nella sua officina, diventando la sua ombra, osservando scrupolosamente ogni suo movimento.
Lui a scuola non era mai voluto andare, ma studiava ogni monografia sui motori moderni per sviscerarne i segreti, tenendosi costantemente aggiornato. I suoi anni di esperienza erano un vantaggio, ma non ha mai lavorato in modo automatico o dando qualcosa per scontato. Prima di agire ascoltava il rumore del motore, da quello riusciva sempre a individuare la fonte del problema, a capire con precisione assoluta quale pezzo aveva un malfunzionamento. Aveva un fare metodico e meticoloso, un ordine maniacale e una concentrazione assoluta.
Ogni auto era per lui una creatura, il suono del motore ne distingueva il carattere, l’anima. Me lo ripeteva ogni volta che “lavoravo” insieme a lui. Il gioco più frequente era ascoltare il rombo di un motore di passaggio e riconoscere il modello dell’auto alla quale apparteneva, come se dovessi riconoscere la voce di un amico. Riusciva a risolvere un problema anche nelle condizioni più impensabili grazie alla propria creatività, anche nella penuria più totale di strumenti. Una volta riuscì a far ripartire una macchina usando una forcina! Un’altra a guidare un autobus senza frizione, senza freno e senza acceleratore, trovando un equilibrio tutto suo. Se questo non è avere i super poteri mi domando cosa lo sia!
Trasmetteva quotidianamente la sua dedizione, il suo senso del dovere ai suoi collaboratori, spiegando con quanta cura e attenzione era necessario applicarsi. Era molto autorevole, il lavoro poteva essere pericoloso a volte e non ammetteva distrazioni di nessun tipo. Sentiva su di sé tutta la responsabilità, curava la loro preparazione nel dettaglio, consapevole che da quello dipendeva il prodotto finale, ma anche per quella passione atavica che era per gli altri, e anche per me, fonte di ispirazione.
Un esempio da seguire insomma. Probabilmente mio nonno non ne era consapevole, ma era già Premium.

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